La Norvegia volta pagina e vira a destra. Chiamati alle prime elezioni legislative dopo la strage di Utoya di due anni fa, i norvegesi, com’era ampiamente previsto da tutti i sondaggi, hanno scalzato dal potere il progressista Jens Stoltenberg che li aveva guidati per otto anni, incoronando la coalizione di destra condotta da Erna Solber, che in tarda serata ha parlato di “vittoria storica” e che si appresta a fare un governo in coalizione anche con il partito populista anti-immigrati. I circa quattro milioni i elettori non sono riusciti a perdonare al governo Stoltenberg la mancata risoluzione di alcuni dei problemi che sono considerati prioritari per il paese, sanità, immigrazione, pensioni, istruzione, regime fiscale. In breve, lo stato sociale, che nell’immaginario europeo si considera pienamente dispiegato proprio in Paesi come la Norvegia, è stato invece percepito come non risolto, soprattutto se confrontato alle immense ricchezze petrolifere che vi sarebbero dovute essere investite. La domanda ricorrente di ogni norvegese negli ultimi anni è stata infatti: ”E dopo il petrolio?”.
In Norvegia non passa giorno senza che lo Stato (l’azienda petrolifera nazionale) annunci nuove scoperte di giacimenti, o non si infiammi il dibattito sulla necessità di nuove prospezioni e perforazioni, magari in paradisi naturalistici come le isole Lofoten. Questo paese così vicino all’Artico e così lontano dall’Europa avendo scelto di non entrare nella Ue né tantomeno di adottare l’euro, è percepito dai suoi abitanti come troppo legato al petrolio, anche in considerazione del fatto che possiede il primo fondo sovrano al mondo legato al settore energetico con oltre 750 miliardi di euro in azioni estere, immobiliare e bond. Alla vigilia del voto i commentatori dei giornali norvegesi hanno tutti messo in evidenza che la vittoria della destra non va ricercata negli errori di Stoltenberg, ma nella voglia di cambiamento dell’elettorato, in una sorta di ”noia collettiva”, inconsapevole della prosperità in cui vive la Norvegia, senza debito pubblico, con tassi di crescita (2,5% nel 2013), di disoccupazione (meno del 3,3%) e di inflazione (all’1%) impensabili nell’area euro. Le prospettive economiche hanno subito qualche lieve flessione, anche per chi si trova alla periferia della crisi, e l’immigrazione ha conosciuto incrementi significativi (solo l’anno scorso 70mila ingressi in più di cui 25 mila non europei). Ma per l’entourage di Stoltenberg, questi dati non avrebbero dovuto pesare così sull’elettorato.




