La riforma Fornero delle pensioni continua a fare danni. Dopo l’enorme questione degli esodati, ancora tutta da risolvere (basti vedere il caso quota 96 nel comparto scuola) ecco un altro problema per gli aspiranti pensionati: quello dei contributi figurativi. Questo istituto copre le giornate in cui il dipendente non ha lavorato per motivi che vanno dal servizio militare alla malattia. La legge Fornero aveva lasciato intatti solo i diritti legati alla leva, alla malattia, all’infortunio e alla cassa integrazione, che continuano a essere considerati validi per il conteggio della pensione. Sono invece rimasti scoperti tutti gli altri, a parte da quelli che coinvolgono i donatori di sangue, per i quali è scoppiato il caso, con tutte le sedi di Avis e altre associazioni in fermento.
Prima della riforma Fornero, i giorni dedicati alla donazione di sangue ed emoderivati concorrevano nel calcolo dell’assegno per la pensione, anche per quella anticipata (ex di anzianità). Si è invece scoperto (a partire dalla sede Avis di Cremona, uno dei comuni italiani con il maggor tasso di donatori, i primi in questo caso ad accorgersi della gabola) che la donazione di sangue non rientra più tra queste giornate, e che questo crea enormi problemi al raggiungimento della soglia per andare in pensione. Al momento, chi si ritrova questo ammanco ha due alternative: lavorare per i giorni “mancanti”, oppure accettare il decurtamento del 2% dall’assegno della pensione.
Il sangue si può donare fino a quattro volte ogni anno. Chi va a donarlo ha sempre goduto del diritto di non presentarsi al lavoro (anche per ovvi motivi medici), senza perdere stipendio o copertura previdenziale. Insomma, la donazione di sangue è sempre stata considerata prestazione effettiva di lavoro. La situazione ora prende contorni paradossali: se contiamo 40 anni di contributi, per quattro donazioni all’anno, abbiamo la bellezza di 160 giornate lavorative da recuperare. In pratica, chi ha donato il sangue rischia di vedersi allontanare la pensione di sette o otto mesi, in cambio di questo servizio reso alla comunità. La questione è ancora tutta da decifrare: l’Inps non sa come muoversi, e ha chiesto parere a due ministeri, quello dell’Economia e quello della Salute (il cui ministro, Beatrice Lorenzin, è al momento dimissionario).
Le associazioni dei donatori di sangue sono già intervenute per chiedere che la lacuna venga colmata. Difficile che accada, vista l’attuale situazione politica in Italia. In ogni caso, AVIS, C.R.I, FIDAS e FRATRES hanno comunicato l’avvio di un’iniziativa normativa. Il problema non è soltanto di chi ha donato il sangue nel corso della sua carriera lavorativa e si trova ingiustamente penalizzato, ma anche di chi il sangue deve e dovrà riceverlo. L’attuale situazione legislativa rischia di essere un serio disincentivo per le donazioni di sangue in futuro. Ferruccio Giovetti, di Avis Cremona, ha così commentato: “Il sangue è un farmaco salvavita che non si può comprare da nessuna parte e che può essere soltanto donato. Le sale operatorie rischiano di trovarsi in difficoltà perché non hanno le sacche di sangue necessarie per effettuare gli interventi”. Anche il Partito Democratico ha protestato: “Rischia così di venire meno il riconoscimento della funzione civica e solidaristica che si esprime nella donazione”.




