“Sono qui oggi, in questa terra ferita, per inchinarmi alle vittime e ai sopravvissuti. Sono qui per portare le scuse dello Stato”. Sono le parole del presidente del Senato, Pietro Grasso, che ha partecipato alla cerimonia per il 50esimo anniversario della tragedia del Vajont, che causò 1910 morti tra Longarone, Castellavazzo, e i paesi friulani di Erto e Casso. “E’ con commozione intima e profonda – ha aggiunto Grasso parlando ai superstiti del Vajont e alle loro famiglie – che oggi mi trovo qui tra tutti in questo luogo di dolore per ricordare chi ha perso la vita e i superstiti, un abbraccio caloroso a loro e spero che percepiscano questo senso di affetto e vicinanza”.
Il Presidente Napolitano, in un messaggio, parla esplicitamente non di tragica fatalità ma di colpe umane: “La memoria del disastro che il 9 ottobre 1963 sconvolse l’area del Vajont suscita sempre una profonda emozione per l’immane tragedia che segnò le popolazioni con inconsolabili lutti e dure sofferenze. Il ricordo delle quasi duemila vittime e della devastazione di un territorio stravolto nel suo assetto naturale e sociale induce, a cinquant’anni di distanza, a ribadire che quell’evento non fu una tragica fatalità, ma drammatica conseguenza di precise colpe umane, che vanno denunciate e di cui non possono sottacersi le responsabilità”.
Nella gola del Vajont si sta costruendo quella che sarà la diga più alta del mondo: 263 metri. Tutti sono convinti che la diga, che ha creato lavoro, porterà turismo e denaro per la presenza del lago artificiale.
Quando i dirigenti della società costruttrice scoprono sul fianco del monte Toc una terribile spaccatura, una massa enorme di terreno che potrebbe franare nel lago, decidono di non dire niente e andare avanti. Il geometra Olmo, entusiasta della costruzione, si è fidanzato con Ancilla, una giovane di Longarone e ora, terminata la diga, come tanti altri, deve cambiare casa. Il 4 novembre 1960 un primo pezzo di montagna frana nel lago, sollevando un’onda tremenda. Seguono frenetici consulti tra la società e gli esperti, ma ancora una volta i risultati vengono tenuti segreti. Occorre infatti arrivare al collaudo per poter ottenere i contributi governativi e vendere la diga allo Stato. Invano la giornalista Tina Merlin denuncia che il monte Toc rischia di franare nel lago stesso, provocando una strage. Anche Ancilla, che ha sposato Olmo, cerca di convincerlo a lasciare Longarone. Tutto risulta inutile.
Quando, nel settembre 1963, uno scossone provoca un terremoto, i dirigenti della società, impauriti, decidono di procedere allo svuotamento del lago. Troppo tardi. Il 9 ottobre 1963 milioni di metri cubi di montagna scivolano nell’acqua e sollevano un’onda alta 250 metri che devasta la valle e tutti i paesi fino a Longarone.



