La superficialità di certi pseudoragionamenti è davvero imbarazzante. Si parte dal presupposto che vi siano delle vite con valore superiore alle altre. Che vi siano famiglie con diritto divino di prosperare alle spalle di altri perchè loro “fanno cultura”. E guai a negare loro questo diritto divino. Infamia a te, o incolto barbaro!
Così, il sostentamento di un violoncellista è un simbolo di progresso, e le sue lacrime fanno il giro del mondo. Ma le decine di famiglie tassate per pagarlo, senza mai essere andate nemmeno ad ascoltarlo, magari senza il tempo per farlo, magari perchè NON PIACE LORO la musica che suona, quelle non contano.
Le migliaia di posti di lavoro distrutti per finanziare una pletora di parassiti clientelari incapaci di produrre musica di una qualità sufficiente a far sì che la gente sia disposta a pagare qualcosa per ascoltarli?
Quelli non contano. Perchè quelli sono silenziosi. Non piangono in eurovisione, quelli. Semplicemente tirano giù la saracinesca del negozio, e non la riaprono. E non fanno notizia se almeno non si impiccano.
Nazisti, nè più nè meno di nazisti. Ne siamo circondati. Si arrogano il diritto di stabilire anche per gli altri cosa sia giusto ascoltare e cosa no, cosa costituisca cultura e cosa no. Dal minculpop al FUS senza passare dal via.
La cultura è un bene. Ed è un bene a domanda individuale.
E un sacco di gente dovrebbe realizzare che se non ci sono abbastanza persone disposte a pagare per sentirle suonare, per vedere i loro film o i loro spettacoli teatrali, un prezzo tale da permettergli di sostentarsi, è il caso di cambiare mestiere.
Come fa un falegname, come fa un muratore, come fa un calzolaio o un macellaio. Le cui vite non valgono meno di quella di un violoncellista. Checchè ne dicano i nuovi ariani.
R.N.



