“Una personalita’ particolarmente inquietante, caratterizzata da spiccate attitudini criminali”, che nella vicenda legata al tentativo di trasferire in Italia, attraverso lo Ior, 20 milioni di euro in contanti depositati presso un istituto di credito elvetico, ha agito “da consumato delinquente”. Ecco il ritratto che il tribunale del riesame di Roma fa di monsignor Nunzio Scarano, gia’ addetto contabile all’Amministrazione del Patrimonio della Santa Sede, finito in carcere il 28 giugno scorso per corruzione in concorso con l’ex 007 in servizio all’Aisi Giovanni Maria Zito e il broker finanziario Giovanni Carenzio. Risultano essere gli armatori Paolo e Cesare D’Amico i committenti dell’operazione di rimpatrio dei 20 milioni di euro, operazione che si sarebbe dovuto attuare facendo transitare il denaro attraverso uno dei due conti intestati a Scarano presso lo Ior.
Tutti e tre – scrive il collegio presieduto da Filippo Casa nel confermare l’ordinanza cautelare del gip – “sono uniti da comune spregiudicatezza e capaci di gestire uomini, istituzioni e cose asservendoli a finalita’ illecite e al proprio tornaconto personale”. A parere del tribunale, monsignor Scarano, che ieri ha incassato la netta presa di distanza del Pontefice che ha auspicato per lui una giusta punizione per essersi comportato male, e’ un soggetto che gli interrogatori resi ai magistrati di Roma e Salerno (dove e’ indagato per violazione della normativa antiriciclaggio) non hanno ancora del tutto svelato per aver curato in passato, come da lui stesso confidato al suo amico Massimiliano Marciano, “operazioni di rientro di capitali dall’estero, oltre che per la famiglia degli armatori D’Amico, anche per la famiglia Agnelli”. Secondo gli inquirenti due milioni e mezzo di euro sarebbero spettati a Scarano se fosse riuscito a far transitare in Italia i 20 milioni. “Per i tratti comuni di pericolosita’ e per il conseguente giudizio di inaffidabilita’”, i tre, dunque, devono stare in carcere.



