La disperata caccia di un socio pubblico per l’ex compagnia di bandiera prende una svolta imprevista. E dopo i niet delle Fs e i dubbi di Maurizio Prato, ad di Fintecna, sull’investimento nell’aerolinea dei patrioti, scende in pista a sorpresa la società pubblica guidata da Massimo Sarmi. Mauro Moretti, numero uno delle Ferrovie dello Stato, ha posto al governo (peraltro suo azionista) condizioni capestro: entro nel capitale di Alitalia solo se ho il pieno controllo della gestione e mano libera sulle strategie. Proposta rispedita al mittente. Incassato il due di picche dal treno, l’esecutivo ha bussato a Fintecna, che con oltre due miliardi di liquidità in cassa e la partecipazione di Air France già in portafoglio sembrava il candidato ideale all’operazione. Peccato che al vertice del gruppo sieda Maurizio Prato che dell’Alitalia, in qualità di ex presidente, sa vita, morte e miracoli. Non c’è da stupirsi che abbia puntato i piedi in tutte le maniere. Ha precisato con garbo di non voler buttare soldi dalla finestra e declinato l’invito, rimanendo disponibile – pare – solo a condizione di un impegno limitato a fianco di altre realtà pubbliche. E il governo, mentre il tempo a disposizione stava scadendo, ha bussato alle Poste italiane. Cosa c’entrano le Poste con il trasporto aereo? C’entrano, c’entrano. E, dati alla mano, hanno in effetti tutti i numeri per gestire al meglio anche una patata bollente come Alitalia. Sarmi conosce in effetti il settore. Nel 2007 ha comprato Mistral Air, piccola compagnia fondata da Bud Spencer, impiegata di notte a portare in giro per l’Italia plichi postali e di giorno per servizi charter (specie i pellegrinaggi a Lourdes, che nel caso della società dei patrioti pare una destinazione azzeccata). E il track-record della Mistral è la prova provata di come le Poste siano adatte a capire subito i problemi del grande malato dei cieli italiani. Nei cinque anni sotto la sapiente gestione dei postini tricolori la Mistral non ha mai chiuso un bilancio in attivo e ha obbligato a più riprese l’azionista a mettere mano al portafoglio per ricapitalizzarla. I conti 2012 si sono chiusi con 8 milioni di passivo su 100 di fatturato e un patrimonio in rosso per 3 milioni. Tanto che Sarmi aveva deciso di metterla in vendita e di uscire dal settore del trasporto aereo. Ora invece sta pensando a raddoppiare. I soldi non gli mancano. Sono quelli dei risparmiatori italiani in coda paziente agli uffici postali, inconsapevoli di essere chiamati a metter un buco alle malefatte dell’imprenditoria privata di casa nostra.
Sarmi non può dire di no alle sirene del Governo. Il suo incarico scade a marzo, in ballo ha un potenziale passaggio alla presidenza di Telecom Italia che necessita di un placet politico. E infatti fonti attendibili dicono che, guarda caso, stia seriamente prendendo in considerazione l’irresistibile proposta del governo.
In definitiva Poste tenta di far prendere il volo ad Alitalia. Al termine di una serata convulsa, contrassagnata dalle indiscrezioni e da uno stupore diffuso, è venuto palazzo Chigi a confermare l’operazione. “Il Governo esprime soddisfazione per la volontà di Poste SpA di partecipare, come importante partner industriale, all’aumento di capitale di Alitalia con 75 milioni di euro” si legge in una nota. “Ad Alitalia – prosegue la nota – servono discontinuita’, stabilizzazione dell’azionariato e una importante ristrutturazione attraverso un nuovo progetto industriale. L’entrata di Poste è fondata su queste premesse”. E stamane è intervenuto anche l’ad di Eni, Paolo Scaroni, che a margine di una conferenza stampa a Bruxelles ha detto: ” se la soluzione individuata per il salvataggio di Alitalia è affidabile, non fermeremo i rifornimenti”. Il Governo valuta Alitalia “un asset strategico per il Paese, ma non senza condizioni: sono necessarie una profonda revisione del Piano industriale e l’adozione nei tempi più rapidi del nuovo Piano da parte dei nuovi organi societari.



