Di Andrea Cavallini e Violeta Zumeta Lanz
L’osservatore casuale degli avvenimenti in Venezuela si domanda perché, dopo la morte di Hugo Rafael Chavez Frias, il sistema stia collassando. Perché ciò che era possibile a Chavez non lo è per Maduro? Ciò che appare sorprendente ad una persona che si interessa oggi del Venezuela, non lo è per chi lo conosce un po’ più da vicino. Peciso che gran parte dei miei contatti in Venezuela è contro Chavez ed il chavismo in generale: alcune delle mie convinzioni potrebbero derivare da questo bias.
A mio avviso, il crollo del regime nasce da tre concause: (a) una crisi economica senza precedenti, (b) la hampa, o microcriminalità, (c) l’assenza di carisma di Maduro ed il legame ormai soffocante con Cuba. Prima di discutere in dettaglio queste ragioni della crisi, andiamo a sfatare un mito…
Le “libere” elezioni del Venezuela.
Nel 2012, Hugo Chavez, ormai morente, vince nuovamente le elezioni. Il distacco è rilevante: 55% contro il 45% dell’avversario Henrique Capriles Radonski. Chavez dovrebbe essere nominato presidente per la quarta volta il 10 Gennaio 2013, davanti all’Assemblea Nazionale. Questo non accadrà mai: Chavez che si era recato a Cuba nel Dicembre 2012 per essere curato dal cancro tornerà in patria solo il 18 Febbraio 2013 per morire il 5 Marzo, senza aver mai lasciato l’ospedale (in realtà, molti ipotizzano che sia morto a Cuba, nel Dicembre 2012). Con una interpretazione giudicata dall’opposizione una patente violazione all’articolo 231[1] della Costituzione, il presidente dell’Assemblea, Diosdado Cabello, lo proclamerà presidente in sua assenza, giustificando questa decisione con il fatto che non si tratta di elezione ma di rielezione. Alla morte di Chavez, Maduro subentra nel ruolo, senza aver mai vinto le elezioni.
Dimenticando che il Venezuela è una repubblica presidenziale, dove il popolo delega al vincitore delle elezioni poteri enormi, si potrebbe obbiettare che si tratta di problemi formali, che il partito di Maduro ha vinto le elezioni ed ha quindi il diritto di governare. Per capire meglio le cose, occorre però osservare un altro dato estremamente eloquente: il tasso di astensionismo arriva all’80%. Se Chavez godeva di tanto consenso, come si è arrivati a questa disaffezione? Considerate che moltissime persone hanno ricevuto soldi, lavoro, casa, regalie dal governo (il voto di scambio è diffusissimo). Come è possibile che solo un 10% circa del corpo elettorale abbia votato in favore del partito socialista venezuelano (PSUV)?
Ma c’è anche un’altra cosa, che in Italia pochissimi conoscono. Il 15 Agosto 2004, su richiesta dell’opposizione, si tiene un referendum per revocare il mandato al presidente Chavez (previsto dagli articoli 72 e 233 della costituzione). Il 30 Gennaio 2004, Chavez ordinerà al CNE (Comitato Nazionale Elettorale, si noti come, di fatto, non esista alcuna divisione fra i poteri dello stato) di registrare i voti[2] di tutti i venezuelani in un database, che diventerà noto come la lista Tascon (dal nome di un deputato del PSUV, il partito di Chavez). La lista sarà usata negli anni a seguire per negare passaporti, contratti, carte di identità e vari altri benefici ero
gati dalla pubblica amministrazione. E’ ragionevole ipotizzare che nell’80% di non votanti ci fosse una cospicua percentuale di persone che avrebbero votato per l’opposizione, ma che non ebbero il coraggio di farlo. Nelle elezioni del 2012, ci furono numerosi casi di sospetti brogli: morti iscritti nelle liste elettorali e persone che stavano alle spalle di donne ed anziani durante la compilazione della scheda. Le schede ed i registri elettorali furono bruciate con un’urgenza sospetta.
Alla luce di questi fatti, ha senso affermare che Maduro ha vinto le elezioni? Che il Venezuela è una democrazia?
Roghi di schede elettorali dopo le elezioni del 2012
Quanto alla lista Tascon, chi scrive ne possiede una copia. Si tratta di un file eseguibile DOS di circa 300 Mb. Se lo si lancia si ottiene un database db3 da circa 1 Gb. Ho eseguito varie verifiche su persone che conoscevo: erano registrate nel database e le preferenze di voto segnate erano corrette. Il risultato di una ricerca condotta utilizzando nome e cognome (o numero di cedula, cioè carta di identità) è come quello mostrato in figura; No Firmò Contra el Presidente (su sfondo rosso, il colore del PSUV), Si Firmò Contra el Presidente (su sfondo rosso, il colore dell’opposizione).
Interfaccia del database noto come lista Tascon (http://www.vcrisis.com/?content=letters/200509152101)
La crisi economica
Gli scaffali nei supermercati di Caracas
Quando Chavez viene eletto per la prima volta, nel 1999, il prezzo de barile di petrolio, principale fonte di ingressi del Venezuela è di 9 USD. In pochi mesi, grazie alle politiche di taglio alla produzione dell’OPEC vola a 30 USD per barile. Successivamente, le guerre in medio oriente e l’entrata della Cina nel WTO portano il greggio a a sfondare record dopo record fino a raggiungere il picco di 150 USD per poi stabilizzarsi intorno ai 100 USD. Chavez si trova in mano una fortuna. I soldi però non bastano mai. Nel 2001 Chavez promulga la Ley de Hidrocarburos (entrata in vigore nel 2002), che in pratica nazionalizza l’industria del petrolio, messa sotto il controllo di PDVSA (Petroleos De Venezuela SA). Il 10% della rendita petrolifera viene destinato a scopi sociali: è l’inizio della compravendita del consenso.
La piattaforma petrolifera Aban Peral (http://caracaschronicles.com/2012/07/18/the-aban-pearl-stew/)
Nel 2004 una parte importante del personale di PDVSA, che non simpatizza per Chavez, dichiara uno sciopero ad oltranza. Dopo circa due mesi, Chavez licenzia 19000 dipendenti e li sostituisce con personale a lui fedele. PDVSA perde gran parte del proprio capitale umano, ed inizia a perdere capacità produttiva. Nel 2010, dopo innumerevoli incidenti, si arriverà all’incredibile disastro della piattaforma petrolifera Aban Pearl, per la cui manutenzione lo stato pagava la incredibile somma di 730,000 USD al giorno, circa il doppio dei valori di mercato. Nel 2012 esplode la raffineria di Amuay, causando 48 morti e 120 feriti, danneggiando 1600 abitazioni private. Secondo Maduro fu un sabotaggio, ma il vice presidente di PDVSA, Eulogio Del Pino, aveva precedentemente dichiarato che era stata segnalata una perdita di butano e propano un’ora prima del disastro, ma nessun piano di emergenza era stato messo in atto.

Immagini relative all’esplosione della raffineria di Amuay
(http://www.todanoticia.com/41996/tragedia-amuay-venezuela-hay-al/)
Galvanizzato dalle enormi ricchezze legate al petrolio, Chavez comincia a nutrire sogni di grandezza, a sognare di realizzare il sogno di Simon Bolivar: riunire tutto il Sud America in una unica nazione. Sogno che cerca di realizzare comprandosi alleati attraverso elargizioni di dollari e forniture di petrolio. Nel 2005 nasce Petrocaribe, alleanza con vari paese del Caribe, fra cui Cuba. Dei 2.5 milioni di barili prodotti al giorno, 332.000 vengono distribuiti a prezzo di favore (circa 50% del prezzo di mercato) ai membri di Petrocaribe, di questi 115.000 sono inviati gratuitamente a Cuba. Inoltre, vari paesi cominciano a ricevere ingenti finanziamenti in cambio della lealtà al nuovo Bolivar. Le alleanze che oggi il Venezuela sta sfruttando per impedire alla OEA (Organización de los Estados Americanos) di condannare la repressione hanno costo elevatissimo: il Venezuela si dissangua per mantenere la sua sfera di influenza geopolitica (e i funzionari corrotti, nda). Contando i barili inviati alla Cina per ripagare un debito contratto negli anni precedenti, il 30.3% della produzione viene ceduta senza ottenere nulla in cambio (el Universal),
http://www.guia.com.ve/actualidad/regalos
L’altro fronte di Chavez è la guerra contro i produttori privati, specialmente contro quelli che non si adeguano alle sue richieste. Durante vari anni, Chavez nazionalizza banche, la siderurgica italo-argentina Sidor, i produttori di cemento, la compagnia di telefoni Cantv, l’emittente Globovision, grandi proprietà fondiarie e continua a minacciare la Polar, azienda alimentare. Il messaggio è chiaro: qualunque imprenditore che non si conformi ai diktat del regime è a rischio. Maggiori informazioni possono essere trovate alla pagina http://economia.noticias24.com/noticia/14687/las-nacionalizaciones-en-el-gobierno-de-chavez-sector-por-sector/
Nella guerra ai privati, parallelamente alle nazionalizzazioni, il socialismo del 3° millennio promulga leggi sul lavoro completamente sbilanciate a favore del lavoratore. Il risultato è che le aziende private chiudono o non si espandono oltre ai limiti della famiglia.
La crisi economica diventa inevitabile. Ridotta la produzione di PDVSA, privato dei flussi di petrolio che eroga agli stati alleati, minimizzata la produzione di beni di consumo interna e costretto ad importare quasi tutto, il Venezuela oggi si trova nella situazione di non avere abbastanza dollari per comprare quello di cui necessita. Ricorrere a prestiti è praticamente impossibile: Moody assegna un ranking B2 ai titoli del Venezuela, cioè spazzatura. L’unica soluzione è contingentare i dollari per le importazioni. Questo genera scarsezza di generi primari come farina, olio, medicinali e carta igienica.[3]
Già prima che Chavez morisse la insostenibilità della situazione economica appariva chiara. Si sapeva che il Bolivar sarebbe stato svalutato. In effetti, dopo la morte di Chavez il Bolivar è stato svalutato ufficialmente del 46.5% rispetto al dollaro USA. Questo ha generato iperinflazione. Il governo stima il tasso di inflazione al 57% annuo, ma stime indirette basate sul costo del dollaro USA sul mercato nero suggeriscono che il tasso di inflazione potrebbe essere molto più alto (si veda la figura sotto).
http://antidismal.blogspot.it/2014/02/inflation-in-venezuela.html
Inutile dire che questo genera scontento (amplificato anche dal tenore di vita dei “boligarchi”, membri del governo che viaggiano in prima classe, hanno conti correnti ed allevamenti di purosangue negli USA), e che si sarebbe arrivati a questa situazione anche con Chavez in vita. In fondo, Chavez è stato fortunato a morire prima di assistere alla disfatta della sua politica economica.
La microcriminalità
A Caracas, così come nel resto del Venezuela, non ci si annoia. Uscire per una passeggiata, ricevere una telefonata sul cellulare, indossare un paio di scarpe nuove, andare al bancomat sono azioni che appartengono alla quotidianità di un italiano. In Venezuela ognuna di queste può costare la vita. Parlando con i venezuelani scopri quanto sia comune essere derubati con una pistola puntata alla testa, capitare nel bel mezzo di una sparatoria ed assistere ad omicidi. Il coprifuoco vige dopo il tramonto nei barrios, primo fra tutti il famigerato Petare, dove il 75% degli abitanti è stato assaltato con armi da fuoco. Personalmente ho udito varie volte spari e visto automobili con fori di proiettile.
A partire dal 2010, una legge non permette alla stampa e televisioni di diffondere notizie su fatti violenti, ma le cifre che emergono sono impressionanti. La figura mostra il numero di omicidi per anno a partire dal 1998 (si noti che sono cifre ottenute dalla collaborazione di giornalisti che quotidianamente frequentano le morgue dei vari ospedali, in quanto il governo fornisce stime molto più basse). Nel 1999, quando Chavez prese il potere, gli omicidi per anno erano 5.968. Non pochi, ma a partire dal 1999 si assiste ad una rapida crescita: nel 2013 si sono contati 24.763 omicidi, 79 per 100.000 abitanti (la “terribile” influenza H1N1 fece registrare tassi di mortalità decisamente più bassi, fra 1.7 e 3.5 a seconda della fascia di età). Confrontati con gli 0.9 dell’Italia, fa decisamente sorridere chi si lamenta della criminalità nel Belpaese (in una Bologna situata in Venezuela si conterebbero 316 morti per anno, quasi uno al giorno). Probabilmente le cifre reali sono molto più alte, in quanto negli scontri fra bande i morti vengono nascosti e nessuno ne denuncia la scomparsa. Impressionante è anche il tasso di sequestri, passato da 44 all’ascesa di Chavez a 1050 fra l’inizio dell’anno e l’Ottobre 2011.
Numero di morti per anno a partire dal 1998
Questi numeri denunciano un fallimento delle politiche sociali o, alternativamente, un disegno messo in atto per mantenere la popolazione sotto costante minaccia. Certo è che in una città come Caracas, che in un week end può totalizzare un centinaio di morti, che venga uccisa anche qualche persona non gradita al governo è cosa che non desta particolare clamore. Queste speculazioni sembrano trovare conferma nelle modalità che il governo sta utilizzano per reprimere le proteste di questi giorni: gruppi di malandros (malavitosi) a bordo di motociclette scorrazzano per la città sparando su chi protesta. In ogni caso, i Venezuelani sono giunti al limite di sopportazione, e la violenza, assieme alla scarsità di generi di prima necessità, sono le principali ragioni di una protesta che, nonostante la repressione ed a quasi un mese dall’inizio (12/2/2014), non accenna a placarsi.
L’assenza di carisma di Maduro ed il legame ormai soffocante con Cuba

“Dobbiamo coltivare polli” (https://www.youtube.com/watch?v=QdWIjLZs4XE, 0:20), questo è uno dei tantissimi sfondoni del presidente Maduro, chiamato scherzosamente el Masburro (letteralmente, il più somaro). Un presidente che dichiara di comunica con Chavez, reincarnato in un uccellino. Un uomo decisamente non alte
zza della carica che ricopre. Chi ha accesso a Facebook può consultare la pagina del Consulado general de la Republica Bolivariana de Venezuela en Napoles e verificare come Chavez sia onnipresente, mentre di Maduro si possono osservare pochissime fotografie[4].
Chi è Maduro? Nato nel 1962, ci sono voci che sia di origini colombiane (cosa ovviamente sgradita a molti venezuelani), voci che l’interessato non ha mai smentito mostrando un certificato di nascita. Si sa che è stato un conducente di autobus, e che ha fatto il sindacalista. Negli anni 90 si avvicina a Chavez, che gli consente di fare carriera in politica. A parte gli sfondoni, Maduro si dimostra un leader privo di carisma, nelle sue apparizioni pubbliche scimmiotta i modi scanzonati che avevano dato popolarità a Chavez, ma senza essere divertente. Per quanto riguarda i contenuti dei discorsi, fa riferimento in modo continuo alla figura dell’ex presidente, e quando esce dalla retorica di Chavez, appare eterodiretto da Cuba. Eccessivamente impulsivo, pochi giorni fa ha rotto i rapporti con Panama, senza pensare che il canale di Panama è un punto di passaggio obbligato per le petroliere che vanno da Maracaibo verso l’Asia. Se Panama decidesse di chiudere per ritorsione, cosa che è stata ventilata, sarebbero problemi enormi per uno stato prossimo alla bancarotta.
Ma il vero problema di Maduro è il rapporto di sudditanza psicologica con Cuba. Nei giorni passati, ci sono state voci insistenti sul fatto che Cuba avesse inviato in Venezuela le avispas negras, paracadutisti, truppe di elite dell’esercito cubano. Lo scopo sarebbe quello di fare il lavoro sporco che i soldati venezuelani si rifiutano di fare: reprimere con violenza le manifestazioni. In più, in un momento di profonda crisi, le migliaia di barili di petrolio che il governo di Caracas regala quotidianamente all’Avana sono una spina nel fianco di tanti venezuelani. E’ utile ricordare che il Venezuela è la patria di Simon Bolivar, el libertador dell’America Latina. Passare da liberatori del sub-continente, a colonia della piccola isola è qualcosa sicuramente difficile da accettare.
[1] Artículo 231. El candidato elegido o candidata elegida tomará posesión del cargo de Presidente o Presidenta de la República el diez de enero del primer año de su período constitucional, mediante juramento ante la Asamblea Nacional. Si por cualquier motivo sobrevenido el Presidente o Presidenta de la República no pudiese tomar posesión ante la Asamblea Nacional, lo hará ante el Tribunal Supremo de Justicia.
[2][2] Le votazioni in Venezuela sono fatte attraverso machine elettroniche. Modificando il software della macchina è possibile associare al votante il voto.
[3] Si noti che il contingentamento dei dollari ha creato un fiorente mercato nero del dollaro dove, con ogni probabilità, i funzionari del governo riversano parte della renta petrolera per arricchirsi personalmente.
[4] Interessante, la pagina del consolato di Milano, dopo essersi schierata in modo acritico e partigiano contro le proteste, è stata bersagliata da commenti negativi. Oggi non è più reperibile: è stata chiusa.






